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Piccolo bilancio di mezza stagione

Aggiornamento: 26 mar 2023

In questi ultimi mesi, alcune situazioni personali e la necessità impellente di praticare l’insegnamento, più che di parlarne, mi hanno distolto dal blog.

Ho però parlato moltissimo con i miei studenti: ho discusso, ripetuto fino allo sfinimento (pochi anni fa odiavo ripetermi, ora non più), cantato con loro e per loro, mimato, spiegato, sdrammatizzato, raccontato, evocato, spronato, smontato, ballato. Ho cercato di ascoltare il più possibile e di percepire se ci fosse altro di nascosto o non visibile, altro che cercasse di uscire senza trovare la strada. Ho provato a capire, intuire, ho fatto finta di niente e mi sono allenata a non prendere niente sul personale che, si sa, ognuno ha il suo viaggio e il mio compito è di accompagnare per un pezzetto di strada (a volte neanche quello, puoi giusto inviare un link di google maps e sperare che l’altro si orienti).


Le lezioni mi insegnano, sempre, che senza immaginazione musicale e poetica si va poco lontano nel canto e, forse, nella vita. Si tratta di un vero superpotere: va riconosciuto, apprezzato, curato come nostra risorsa fondamentale, al fine di ottenere una vita (artistica) piena e soddisfacente. I suoni belli non capitano mai per caso, così come un bel legato: ‘ascoltiamo’ tutto internamente PRIMA, pensiamo, immaginiamo, fantastichiamo. Come potrebbe essere altrimenti possibile, per un cantante, tenere viva una tradizione vecchia oltre 400 anni?


Di fronte a difficoltà oggettive di comunicazione con l’80 per cento dei miei attuali studenti, che perlopiù vengono dalla Cina, sento ancora più forte la responsabilità di colmare la loro mancanza di immaginazione e, purtroppo, spesso anche quel particolare tipo di orecchio musicale senza il quale non si può proprio diventare dei professionisti della voce.

Nel primo caso mi invento ogni strategia possibile per dare sostanza e verità alla poesia e agli infiniti meravigliosi modi in cui si prende e si lascia con la musica. Tradurre la poesia non è che il primo passaggio per la comprensione, per capire occorre paragonare, indagare, sentire, provare dolore, liberare, scavare indietro nella nostra o altrui storia oppure balzare avanti nel tempo.


Riguardo all’orecchio la questione è molto più complicata, perché si tratta di un prerequisito essenziale che non può essere ricreato o instillato neanche dal migliore insegnante sulla terra. È la capacità naturale di immaginare accuratamente, ovvero di ‘sentire’ mentalmente, suoni o melodie e di saperli riprodurre con il canto, ma anche con il fischio o con l’humming . Mi scontro dolorosamente tutte le settimane con studenti privi di questa dote essenziale, spesso volenterosi, a volte anche sinceramente appassionati e studiosi, per cui però la strada è piena di ostacoli e, peggio ancora, la meta è irraggiungibile.


Per questi studenti il canto non è gioia, le lezioni una tortura, gli esami una liberazione, quando non un’umiliazione. Che cosa si porteranno a casa a triennio o biennio finito? Che cosa saranno in grado di trasmettere o insegnare? Che interpreti potranno essere e quale il loro messaggio?

Come insegnante sento davvero la responsabilità e il dovere di fare delle scelte ben meditate durante gli esami di ammissione, di ascoltare di più e più attentamente, di chiedere, di valutare in modo sistematico prima, per poi osare, quando necessario, il guizzo dell’intuizione.


A presto.


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