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L’impostora

  • Immagine del redattore: Anna
    Anna
  • 2 giorni fa
  • Tempo di lettura: 4 min

Spesso quando inizia una sessione o un’intera giornata di insegnamento passo i minuti precedenti nella palude dei miei pensieri negativi: ansia di non saper che dire, paura di deludere chi spende tempo e soldi affidandomi il prezioso incarico, sicurezza di non avere certezze da elargire. All’ora prestabilita, lascio che tutto sia e smetto di ascoltare le vocine che discutono nella mia testa, ricordando che, qualunque cosa dovesse succedere, non succederà esattamente nulla di rilevante per il pianeta. L’impostora chiamata “maestra” decide allora di sedersi al pianoforte e di provare a guadagnarsi il titolo.


Il primo passo verso le energie buone è trovare un paio di vocalizzi che sciolgano la tensione — mia e di chi ho davanti — e ci ricordino che anche oggi la macchina corpo-che-canta è oliata e funzionante. Allora sì, possiamo provarci. Sapere cosa si canterà dopo è utile: provo a creare una piccola sequenza che aiuti a consolidare un passaggio difficile dell’aria che verrà. A volte viene bene. A volte non è proprio il massimo della naturalezza, ma con un po’ di savoir-faire conquistato con l’esperienza — l’impostora va e viene — convinco me stessa e chi sta cantando che va benissimo così: un po’ sperimentale, ma senz’altro utile.



Nella fascia lucida del pianoforte, sopra la tastiera, vedo le mie mani riflesse. È il segno per me più evidente del tempo che passa. Il giorno che mia figlia è venuta al mondo — quel mondo che era Milano — guardandomi le mani che la tenevano, incredule, ho visto per la prima volta mani di adulta. Mani di donna, che a scriverlo è poco più facile che dirlo. Le mani specchiate nel lucido sono sempre piccole, ma hanno ora qualche macchiolina qui e là, nodi sulle nocche, una trama di increspature sottili attraversata dalle vene grigio-blu. Le vedo, ma non le guardo, perché pensare di invecchiare mi fa paura.


Un accordo dopo l’altro, prima su poi all’indietro, metto il pilota automatico alle mie mani piccole, facendo così spazio all’ascolto, per dare senso a questi dieci-quindici minuti di suono.

Non ho mai avuto troppa simpatia per i vocalizzi — forse era la fretta di essere pronta, viva, cantante per destino e non per formazione lenta. Ne ho fatti pochi per me, più per senso di colpa prima di qualche performance importante, ma moltissimi in questi anni di insegnamento. Ancora non ho un’adeguata considerazione di loro, nonostante il dimostrato valore pedagogico. Amen. Li faccio con lo stesso spirito con cui affrontavo i compiti delle vacanze in seconda media.


“Che cosa canti oggi?” È la frase ponte, quella che traghetta nella mia parte preferita della lezione. Cervello e orecchie iniziano a sciogliersi e il cuore, un pezzetto alla volta, si mette in comunicazione. L’impostora si dà una calmata, e la maestra — quella con le mani da adulta — smette di ribellarsi al sentirsi chiamare con questo nome. Se mi chiamano così, forse vuol dire che è possibile che lo sia.


Inizia una laboriosa trattativa tra me, chi accompagna al pianoforte e chi canta. L’obiettivo è chiaro e dichiarato: il suono interessa solo se dice qualcosa. Allora inizio sì a curare il benedetto suono — perché va appoggiato e sostenuto, perché la parola deve essere precisa, perché devo sentire la frase, perché devo sentire che è facile e mostrare arte e non fatica, ci vuole intenzione e concentrazione.

L’impostora sarà sempre impostora, però ha testa e cuore e gran belle illuminazioni. Dopo un po’ di anni ha finalmente capito che non bisogna stancarsi di ripetere le stesse cose, se sono quelle importanti — che per noi diventano opache, ma che per chi abbiamo davanti potrebbero essere vitali. Le illuminazioni nascono da un istante di consapevolezza su chi ho di fronte, da una breccia che si apre da un nulla: un sorriso, un bagliore negli occhi o nella voce, una parola. Si fa strada un’immagine nuova, una connessione imprevista di fatti fisici e mentali, una stupidaggine che da “stupida” apre un piccolo nuovo mondo.


Sul che cosa arrivi oltre di me non ho certezze. Getto semi, sempre di più, con sempre meno inibizioni e con entusiasmo immotivato — manciate di minuscoli sassolini potenzialmente germogliabili, ma destinati a polverizzarsi in buona percentuale. Li getto a manciate perché un giorno dopo l’altro mi accorgo di esserne ricca, di avere un tesoro che ogni giorno si ricrea nello scambio con chi desidera imparare. Li getto perché è inutile tenerli stretti nelle mie mani di una certa età — lì è sicuro che non germoglierebbero. Semino negli altri e mi commuovo per ogni conquista di cose di cui il resto del mondo non si cura. La gratitudine per i piccoli cambiamenti che posso muovere in chi si affida a me — e incautamente mi chiama “maestra” — mi rende viva, affamata di camminate, di verde, di sole, di emozioni.


Getto semi anche per me, e lo faccio con abbondanza, perché ho scoperto che mi fa bene. Nel continuare a cercare il modo di insegnare il canto, ho capito il mio perché — e come il perché di ognuno sia il primo motore dell’apprendimento e la prima ragione di felicità. Che è ciò che conta, alla fine.




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