• Anna

Un buon maestro, una buona maestra di Canto

Una piccola guida che spero utile per chi sta cercando un’insegnante di canto, per chi vuole intraprendere un percorso in un Conservatorio, per chi non è soddisfatto del proprio maestr* e magari non sa bene che cosa non va. Un promemoria per me stessa e per il mio lavoro, di cui sono sempre più profondamente appassionata.


N.B. Il maschile usato nel testo (maestro, allievo) ha semplicemente uno scopo pratico...evita ripetizioni e asterischi a pioggia. La prossima volta scrivo tutto al femminile, per equilibrio! :)


Un buon maestro sa prima di tutto ascoltare. Parte nel percorso di insegnamento da ciò che c’è già, dal buono, dai pregi. Si mette decisamente e subito dalla parte dell’allievo, alla ricerca della soluzione dei problemi.


Un buon maestro sente i difetti e ne capisce la fonte. Sa improvvisare sulle modalità di correzione, che richiedono non solo conoscenze fisiologiche e terminologiche, ma anche grande e generosa empatia. Un buon maestro non parte da ciò che sa che metterà in difficoltà l’allievo, ci arriva per gradi.


Un buon maestro aspetta a giudicare inadeguato uno studente, si prende il tempo necessario per capire se non sia per caso inadeguato il suo modo di insegnare, in generale o anche solo rispetto a quell’allievo specifico. E trova soluzioni.


Un buon maestro cerca comunque di non far sentire nessuno inadeguato a capire ciò che gli viene detto, perché sa che l’allievo deve sentirsi in grado di fare almeno qualcosa bene per poter avere lo stimolo per progredire.


Un buon maestro è empatico e psicologo, perché sa che la psicologia è un importante elemento del canto. Tuttavia non fa volare via in chiacchiere 60 minuti di lezione vantandosi (o lamentandosi) poi di essere ‘uno psicologo, amico, assistente e confidente, oltre che un maestro di canto.’


Un buon maestro fa complimenti sinceri.


Un buon maestro non ha molto tempo per criticare, perché a lezione ascolta, lavora con l’allievo, studia, fa diagnosi, propone esercizi, verifica, sperimenta, esemplifica.


Un buon maestro insegna, con l’esempio, a diventare autonomi nello studio senza dipendere interamente dal maestro di canto o di spartito.


Un buon maestro riconosce e accoglie la vulnerabilità di un allievo che si pone nella giusta attitudine per imparare: con fiducia e abbandonando il giudizio.

Un buon maestro abbandona per il tempo necessario la propria vulnerabilità, perché la scintilla della propriocezione si manifesta quando maestro e allievo rimangono aperti e depongono resistenze di ogni tipo.


Un buon maestro ascolta sempre con attenzione perché sa che deve fare una diagnosi seria e proporre la cura giusta. Un buon maestro non è come quel medico che non ci visita, nemmeno ascolta e scrive in fretta una ricetta.



Un buon maestro sa di avere a che fare con allievi che sono degli adulti o, al massimo, dei giovani adulti; non fa la mamma chioccia, il padre autoritario, non usa condiscendenza e paternalismi, tratta con rispetto tutti e fa di tutto per restituire valutazioni oggettive.


Un buon maestro non condivide con lo studente quello che pensa del lavoro fatto precedentemente da altri maestri sulla sua voce, a meno che non ritenga sia stato valido. Non distrugge e non ricostruisce niente e nessuno. Semplicemente ascolta, riflette, esprime analiticamente una diagnosi e propone una cura.


Un buon maestro non ha bisogno di dare del cattivo a tutti gli altri, specialmente davanti a un allievo. Non ne guadagnerà un rispetto maggiore o più a lungo termine, ma farà sicuramente sentire ‘sbagliato’ il suo nuovo studente.


Un buon maestro sa che le cose si cambiano solo ‘facendo’ e non ‘parlando’, né, tanto meno, ‘pensando’.


Un buon maestro condivide tutte le informazioni di cui dispone, per instaurare con l’allievo un rapporto di fiducia, l’unico e privilegiato ‘ambiente’ in cui può avere luogo il processo di apprendimento.


Un buon maestro non si mette sul piedistallo dei suoi titoli e successi, ma scende e cammina sottobraccio all’allievo, se vuole sperare di ottenere qualche risultato di valore.


Un buon maestro evita di darsi carisma millantando titoli e successi, perché al moderno allievo bastano due minuti e una ricerca su google per conoscere la realtà e perdere ogni fiducia.


Un buon maestro studia con rigore, perché il suo linguaggio, quando insegna, diventi sempre più chiaro, obiettivo e funzionale. Per descrivere e spiegare i processi fisiologici parte dalla giusta terminologia e non dalle proprie personali sensazioni, dando così il tempo all’allievo di trovare le proprie immagini, nel momento in cui avrà raggiunto una buona funzionalità vocale.


Un buon maestro di canto non riempie vasi, spesso invece deve svuotarli e ripulirli, togliere foglie secche e recidere steli distorti. Finito questo lavoro può pensare di accendere fuochi.


Un buon maestro ripulisce il anche il proprio giardino, elimina i vecchi detti didattici, guarda indietro ai risultati ottenuti e soprattutto a quelli non raggiunti, li analizza e non ha paura di rivedere, se necessario, le proprie convinzioni.


Un buon maestro non si sente mai al gradino più alto della scala, senza professionisti di livello superiore a cui chiedere aiuto o revisione. Basta cercarli, si trovano.


Un buon maestro non si sente sminuito nel confronto con i colleghi. I colleghi non sono necessariamente e solo quelli che insegnano nella stessa area, nella stessa scuola, nello stesso conservatorio. Il mondo è grande e pieno di opportunità di crescita.


Un buon maestro è un professionista che punta a realizzare obiettivi SMART, ovvero specifici, misurabili, realisticamente raggiungibili, rilevanti e con una scadenza temporale.


Un buon maestro possiede una leadership generativa: si prende cura dei suoi allievi e dello ‘spazio’ in cui si svolge la loro crescita. Infonde fiducia e ispira creatività, non incute timore reverenziale.


Un buon maestro alla fine non insegna a cantare, ma ad ascoltare la propria voce e a diventare maestri di se stessi.


Un buon maestro non è un guru.



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