• Anna

Perché la musica vocale da camera

Ogni volta che vorrei parlare o scrivere di musica e poesia mi scontro con la mancanza di un vocabolo adatta a sostituire il tedesco Lied/Lieder o l'inglese Art Song (anche in francese Mélodie funziona piuttosto bene). La parola italiana canzone ha perso infatti per strada la sua validità e comprensibilità nell'ambito della musica classica ed evoca immediatamente i mondi del pop e del rock, chitarre e microfoni, e pur riconoscendo a certi cantautori italiani alti meriti poetici, non si riesce a uscire da questa accezione. (Ne è prova che, se volete innervosire un cantante lirico, vi basterà chiedergli di farvi sentire 'quella canzone dalla Bohème' o magari anche un bel 'Vincerò'!)


La nostra perifrasi 'musica vocale da camera' è piuttosto lunga e scomoda, inutilmente dettagliata; Art song esprime molto bene il concetto, ma se traduciamo dall'inglese e diciamo canzone d'arte o canzone artistica rischiamo di non essere compresi. Se usiamo il termine Lied o liederistica ci riferiamo esclusivamente all'ambito tedesco, a meno che non si stabilisca convenzionalmente di estendere il significato a tutto quel genere musicale che, nelle diverse lingue, ha caratteristiche comuni.


Quali sono queste caratteristiche? Innanzitutto la fusione di musica e poesia, di suono e parola poetica. Certamente anche l'opera lirica si basa sulla parola poetica, ma i libretti sono dei testi non indipendenti dal punto di vista espressivo, ma funzionali ad essere rivestiti dalla musica e a generare il giusto equilibrio nella rappresentazione scenica. La poesia dell'Art song è poesia di alta qualità che non nasce espressamente per la musica, ma viene scelta e 'sonorizzata' da un compositore che sente l'esigenza di trasmetterla a suo modo, con i suoi strumenti estetici ed espressivi. A volte si tratta di collaborazioni effettive tra contemporanei, altre volte di viaggi asincroni dei musicisti, alla ricerca di bellezza nelle parole.


In attesa che qualcuno di autorevole sia in grado di colmare il gap linguistico sopra segnalato, mi limito a qualche considerazione su quella che amichevolmente abbrevio come MVC.



Alcune cose che amo della musica vocale da camera


Le tre dimensioni della parola poetica, forse quattro. Per leggere e godere della poesia dobbiamo tenere ben presente che il suo senso non si esaurisce con il significato, ma si alimenta anche del significante, ovvero la forma sonora della parola e della frase. La musica riveste di un ulteriore strato di espressività questa combinazione già così di per sé potente. L’interprete poi ha ancora spazio per aggiungere qualcosa di suo, nel portare al pubblico il messaggio di poeti e compositori: timbro, accenti, inflessioni, sguardo, colore...non è fantastico?

Chi legge e canta diventa anche poeta. Nella poesia non c’è un significato univoco e certo, c’è sempre spazio per leggere e sentire tramite la propria umanità, personalità, stato d’animo, conoscenze. Anche la musica, che parole veramente non ha, ma capacità di avvolgerle sì, è un campo aperto alle emozioni e alle esperienze di un interprete.


Le piccole storie: una farfalla gialla, una sera calma, un giorno di pioggia, la malinconia. C’è poesia (e musica ad illuminarla) ovunque e per chiunque, a dare significato e valore ad ogni piccolo tratto della nostra esistenza. Le piccole storie ci fanno sentire meno soli e un po’ più speciali.


Libertà di percorsi. Il repertorio è incredibilmente vasto e, con curiosità e amore, è una gioia trovare connessioni, esplorare, avvicinare e confrontare, sperimentare, approfondire. Inoltre è sicuramente possibile, e affascinante, conoscere un musicista attraverso la poesia che lui stesso ha scelto di musicare.


Io penso che attraverso la mvc ci si possa dedicare in modo più autonomo e originale alla ricerca della propria voce artistica, intesa sia in senso letterale sia come progetto creativo in senso lato. Nel canto svincolato dall’opera non ci sono quelle etichette che possono condizionare e, a volte, limitare un percorso professionale, creativo e artistico: voci verdiane, pucciniane, mozartiane, wagneriane, comprimari, protagonisti...sono categorie che non esistono a priori, piuttosto a posteriori, per evidenziare ruoli che sono stati più o meno congeniali a un certo cantante.


Il Lied assomma, nelle brevi pagine che normalmente lo compongono, un complesso microcosmo di fatti musicali, poetici, a volte persino di natura scenica, sfuggendo inoltre al pericolo di essere catalogati entro determinati limiti. Quale palestra dunque per il futuro professionista della voce! Egli si addestrerà ad esprimersi in mille modi, canterà a volte a squarciagola, a volte sommessamente, a volte addirittura parlerà, rimanendo peraltro nei limiti di una vocalità esente da quelle abitudini quali il canto di "striscio" e il pressapochismo ritmico, tanto per citarne alcune che, fra l'altro, rendono oggigiorno il canto operistico scontato e noioso.

(Elio Battaglia, Scritti sul canto, Perché il Lied in Italia)


La sintesi: nella mvc, come nella poesia, non ci sono tempi d’attesa, intermezzi, lunghi preludi. Tutta l’emozione e l’espressione sono concentrate in poche pagine o addirittura poche righe. Non c’è tempo per entrare nel vivo, occorre essere da subito presenti e centrati, sempre nel ’flow’.


Il duo. Il 90% della mvc si fa con una voce e un pianoforte. Il duo è come un matrimonio riuscito: entrambi si conduce, magari un tratto di strada per uno, le personalità non si annullano, ma si completano, si dice molto e soprattutto si ascolta a mente e cuore aperto. Basta uno sguardo o una parola detta in un certo modo per far capire all’altro qual è la destinazione, se si va dritti così o se è necessario un cambio di rotta. Nessuno soccombe, tutti emergono al meglio delle loro possibilità. La collaborazione tra cantanti e pianist* è un affare al 50%, come ci insegna Gerald Moore e, aggiungo io, un guadagno per entrambi del 200% quanto a crescita musicale e personale.


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