Sapere un brano
Nell'ultimo post ho scritto della memoria: di quel vuoto con una forma precisa che si apre quando il pianoforte suona la sua battuta e le parole non arrivano, e dei diversi canali attraverso cui ognuno di noi entra in un testo. Mi sono accorta però che dava per scontata una domanda che forse avrei dovuto porre prima: che cosa vuol dire, esattamente, sapere un brano?
Quando si arriva a lezione, un pezzo dovrebbe essere fondamentalmente “pronto”, perché è da qui che inizia il lavoro di duo e di interpretazione. Eppure molti e molte cominciano con sicurezza, poi alla seconda frase si fermano, ricominciano, cercano quella parola o la nota giusta… e capisco che il lavoro è appena all’inizio.
La mia prima reazione, lo ammetto, è pensare a pigrizia e sciatteria. Con il tempo, e con la frustrazione che aumenta, ho cercato di vedere altro. Il fatto è che quello di cui mi occupo appartiene sempre di più a un altro mondo: un mondo in cui si leggeva la poesia ad alta voce, si studiava una lingua per poter leggere i suoi poeti, si passavano settimane su un Lied di tre minuti senza che sembrasse tempo perso. Quel mondo si sta allontanando inesorabilmente, sta sparendo alla velocità della luce e non credo che si tratti di un processo reversibile. Per uno studente che arriva da un paese come la Cina, da una scuola costruita su altri tempi e altri obiettivi, semplicemente non è mai esistito.
Molti dei miei studenti non vanno a teatro, non vanno ai concerti. Il loro orizzonte di ascolto si ferma spesso ai video brevi che scorrono sul telefono, ai cantanti che incontrano lì. Non raggiungono gli obiettivi perché non li conoscono: non sanno dove dovrebbero arrivare. Voglio credere che non manchi loro la volontà, piuttosto la mappa di un luogo in cui non sono mai stati. E allora forse il mio compito non è solo insegnare a eseguire dei brani, ma descrivere quel luogo, con la massima chiarezza possibile, perché chi studia possa decidere di entrarci.
Ho provato a cominciare da qui, dal confine tra conoscere un brano e averlo pronto, distinguendo quattro momenti dello studio. C'è una fase in cui si legge: le note e il ritmo, lentamente, con la partitura davanti. Poi una fase in cui si impara: il brano va a tempo, ma nei punti difficili ci si ferma ancora. Poi viene il momento in cui il brano si sa: a memoria, senza errori, con il testo e la musica sotto controllo. E infine la fase in cui il brano è pronto, cioè si può cantare davanti agli altri, anche stanchi o emozionati, e se ne racconta la storia. Molti si fermano alla seconda fase e sono sinceramente convinti di essere arrivati alla quarta. La memoria, di cui parlavo l'ultima volta, deve stare già nella terza fase. La quarta chiede qualcosa di più.
Ci sono quindi alcune prove semplici, da fare da soli prima di una lezione. La più rivelatrice è cominciare a cantare da un punto qualsiasi del brano, senza spartito. Un pezzo imparato in sequenza, dall'inizio alla fine, regge finché nessuno lo interrompe. Basta partire dalla metà della seconda strofa per scoprire che la memoria era appoggiata al percorso e non al brano. Un'altra prova utile è cantare il brano alla fine di una giornata di studio, da stanchi: quello che riesce solo nelle condizioni migliori non è ancora pronto. E poi la registrazione, riascoltata il giorno dopo con lo spartito davanti, come se a cantare fosse un'altra persona.

Ho preparato così una scheda per la mia classe, organizzando tutto intorno ai quattro elementi su cui lavoro da sempre: la parola, la voce, il corpo e la scena, nel modo più semplice possibile (praticamente una check list).
Un brano è pronto quando il testo si può dire come una poesia, senza musica, e si conosce il significato di ogni parola, non solo il senso generale. Quando i punti difficili riescono sempre e non solo qualche volta. Quando il corpo resta libero anche nei momenti difficili e si sa che cosa fare con lo sguardo prima della prima nota e dopo l'ultima. E quando si sa chi parla, a chi e perché, e chi ascolta capisce la situazione anche senza conoscere la lingua. Le stesse domande valgono anche per chi siede al pianoforte, perché nella musica vocale da camera il pianista non accompagna: racconta il brano insieme al cantante.
Scrivere tutto questo nero su bianco mi ha fatto bene. Ma non posso nascondere che ci sono giorni in cui mi chiedo se abbia senso. Se abbia senso impuntarsi perché gli studenti cantino a memoria, prepararli con tanta cura a un lavoro che, per motivi esterni o interni, con buona probabilità non faranno mai. A volte mi trovo completamente demotivata, con la sensazione di lavorare tanto sul niente. Per me non è niente, ovviamente. Ma per il mondo?
Non ho una risposta che chiuda la domanda. Ho però alcune cose a cui torno.
La prima l'ho scritta nel post sulla memoria, e mi accorgo che vale anche qui: cantare a memoria non è un requisito tecnico, è un atto di presenza. Non lo chiedo per preparare a una sicura carriera. Lo chiedo perché finché lo sguardo resta sulla pagina il brano non entra nel corpo, e senza quel passaggio non succede niente di quello che conta, né su un palco né in un'aula né in un salotto.La memoria non serve al mestiere, serve all'esperienza. E l'esperienza la fa anche chi non canterà mai di professione.
È una battaglia che combatto ogni giorno e che quasi sempre perdo: convincere gli studenti ad alzare gli occhi dallo spartito. La vista è un senso forte, e quando si posa sulla pagina occupa così tanto spazio da togliere sensibilità a tutto il resto. Ne ho avuto una conferma inaspettata parlando con una fisioterapista. Mi raccontava che, quando un paziente ha un dolore forte, gli chiede di fissare lo sguardo su un punto preciso e di "vedere" delle cose, e il dolore si attenua. Lo sguardo può spegnere il corpo. È quello che succede a chi canta con gli occhi incollati alla pagina: il respiro, l'appoggio, le vibrazioni della risonanza arrivano attutiti, come da un'altra stanza. Di questo e di dove dovrebbero andare gli occhi scriverò in un prossimo articolo.
La seconda cosa riguarda il futuro di molti di loro. Tanti, tornati a casa, insegneranno. Quello che porteranno con sé non sarà soltanto un repertorio, ma un modo di stare davanti a uno spartito vocale e, quindi, a un testo: capire ogni parola, sapere chi parla e a chi, non accontentarsi delle note. Se riusciranno a trasmetterne anche solo una parte, quel mondo che a me sembra scomparso continuerà a esistere in luoghi che non vedrò mai, in aule di cui non conoscerò il nome. È poco, misurato sul mondo, ma io voglio misurarlo sulle persone e qui non è sicuramente uguale a zero.
La terza è forse la più difficile da accettare. Se il metro è l'impatto sul mondo, il Lied, la musica vocale, la musica classica hanno perso da tempo, e io con loro. Ma non è quel metro che mi ha portata fin qui. Il metro è per me un altro: fare bene una cosa che si ritiene giusta, davanti a chi c'è, anche quando sono in pochi. L'onestà verso noi stessi non dipende dal numero di persone che ci ascoltano, ma dal non tradire quello che sappiamo essere vero sulla musica.
E poi c'è una distinzione che sto imparando a fare, e che mi alleggerisce. C'è quello che io offro: la cura, la chiarezza, il mondo che provo a descrivere. E c'è quello che gli studenti ne fanno. Il primo dipende da me, il secondo no.Dico spesso che non si può mettere la responsabilità del proprio studio in carico a una maestra o un maestro, che possono giusto indicare la direzione in cui andare. Vale anche al contrario: io non posso prendere in carico la loro motivazione. Posso dare tutto a chi risponde e reagisce, e a chi non risponde lasciare la porta aperta, senza rincorrerlo. Le schede servono anche a questo: tracciano un confine, e chi decide di non attraversarlo fa una scelta che non è più un mio fallimento.
Resta una cosa che posso fare e che forse avrei dovuto fare prima: mostrare la meta, non solo descriverla. Se non sanno dove arrivare, devono poterlo sentire. Mi propongo di portare in classe più ascolto: la stessa frase cantata da due grandi interpreti, poi da loro; due registrazioni di riferimento per ogni brano assegnato, scelte con cura; qualche concerto insieme, perché da soli non ci andrebbero. A volte la scintilla nasce proprio lì, dal sentire per la prima volta come può suonare quello che si sta cercando di cantare.
Posso descrivere quel mondo, indicarne le strade, scriverne le regole nero su bianco, farlo ascoltare. Non posso entrarci al posto di chi studia. Ciò che spinge a varcare la soglia è la motivazione: sapere perché si canta, che cosa si vuole dire con la propria voce, che cosa si cerca in una musica nata così lontano. Quando questo è chiaro, il brano smette di essere un compito da portare a lezione. Diventa una parte di chi lo canta, e allora, come il testo interiorizzato davvero, sa trovare la strada da solo.




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